Quando l'invenzione della fotografia vede
ufficialmente la luce, nei primi mesi dell'anno 1839, il fascino indicibile
esercitato dall'apparizione di questo magico "specchio dotato di memoria" non
impedisce di coglierne immediatamente e pragmaticamente le potenzialità. "L'ora
dell'invenzione era giunta" e la fotografia - nelle sue prime forme di
dagherrotipo e poi di stampa al sale da calotipo - è riconosciuta da subito quale prodotto tipico di quella che
oggi chiamiamo Rivoluzione industriale. Per questo i suoi campi di
applicazione, il suo uso è immediatamente trasversale, tra fruizione
individuale, pratica sociale e commerciale; tra documento, sogno artistico e
industria; tra viaggi, guerre e messaggi amorosi, in un crescendo segnato da
mutazioni tecnologiche che si traducono in progressive estensioni delle
possibilità di comunicazione per immagini, dalla stampa fotografica a quella
tipografica, dal ricordo ai media sino all'attuale ridefinizione del campo
determinata dalle immagini digitali.
L'importanza della pratica professionale e ancor più
della passione fotografica per la cultura del secondo Ottocento, la rilevanza
assunta dalla fotografia quale elemento della modernità nascente e quale forma
di comunicazione e di espressione, ritrovano anche nel piccolo ma non chiuso
mondo delle valli valdesi una conferma ulteriore, accompagnandone in modi
caratteristici il processo di integrazione e soprattutto di conferma della
propria identità comunitaria in un'epoca di progressivo consolidarsi
dell'immagine quale strumento principale della comunicazione sociale.
Anche nelle Valli le più antiche testimonianze
fotografiche oggi note sono costituite da ritratti confermando un dato
caratteristico del primo sviluppo e del successivo affermarsi della fotografia
in relazione al consolidarsi della borghesia. Si veda il Ritratto di Antoine Blanc con la
figlia, 1848 ca, realizzato con la tecnica del dagherrotipo
da un anonimo fotografo ambulante di passaggio in valle, o più
probabilmente in uno studio torinese, come fece del resto - nel 1858 -
John-Charles Beckwith in quello di Auguste Meylan in Piazza Castello. Da questa
data dovranno passare quasi dieci anni prima che uno studio venga aperto a
Torre Pellice, e sarà l'Etablissement de
Photographie di Henri Jahier, nel 1865, ma ancora per buona parte
del secolo i professionisti attivi in Valle saranno pochi se lo stesso Pietro Santini, certo il più noto dei fotografi del
pinerolese, ancora nell'aprile del 1883 annunciava alla propria clientela dalle
pagine dell'"Avvisatore alpino" il suo arrivo a Torre e circa agli stessi anni
può essere datato il gruppo di famiglia
realizzato con la tecnica povera del ferrotipo,
ancora una volta tipica degli ambulanti.
Anche Jahier si dedica esclusivamente al ritratto,
stampando su carte all'albumina le nuove lastre
al collodio con cui riprende le diverse figure
del mondo valdese, avviando concretamente quell'opera di edificazione nel tempo
di questa grande rappresentazione iconografica di gruppo che coinvolgerà strati
sempre più ampi della comunità locale. Lo studio di via Maestra 31-33 sarà
rilevato alla sua morte, nel 1872, da Davide Bert, che all'attività di ritrattista
affiancherà quella di autore di affascinanti vedute di architettura, in
particolare di templi, e di paesaggi, tema
indagato negli stessi anni anche da Santini e specialmente dal pastore David Peyrot, certamente l'autore più noto e la
figura più rilevante tra quanti operarono in valle nel XIX secolo. La sua quasi
quarantennale attività fotografica ci è testimoniata da numerosi album di Vedute
delle Valli Valdesi, dove la fascinazione per gli aspetti naturali si
intreccia indissolubilmente con la volontà di descrivere i luoghi storici.
Questi album costituiscono uno dei più significativi esempi di produzione
fotografica dell'Ottocento piemontese, segnati da una cultura visiva che certo
ha ben presente la coeva produzione pittorica, qui intrecciata con un
sentimento di affettuosa comunione per le valli e per i loro abitanti, in
specie per la cerchia familiare e più estesamente parentale, che toccava alcune
delle famiglie più importanti della borghesia valdese, ma da cui non è escluso
lo sguardo portato sulle figure e sui luoghi della civiltà contadina.
Peyrot e Bert condividono così l'onere della
costruzione iconografica ottocentesca delle Valli Valdesi, tra luoghi
simbolici, consuetudini quotidiane e occasioni celebrative, ma rappresentano
anche, col loro legame di amicizia, il punto di riferimento - tra passione
amatoriale e professionismo - di tutta la fotografia locale nel secondo
Ottocento: intorno a queste due figure si muovono non solo altri membri della
famiglia Peyrot, come il fratello Henri, che
tra 1895 e 1940 realizzerà circa 7500 stereoscopie
per narrare una "cronaca familiare" di buon livello, ma anche altri amici quali
Vincenzo Morglia, di professione marmista e
scultore, che era solito realizzare due riprese affiancate su ciascuna lastra,
quasi fosse costretto ad utilizzare un apparecchio di formato maggiore del
necessario, forse avuto in prestito o acquistato usato.
Nell'attività di questi fotografi, nella
consuetudine diffusa di documentare le proprie vicende familiari, oltre al
riflesso di una condizione storicamente data si legge una precisa volontà di
autorappresentazione quale ceto dirigente; qui la biografia per immagini si
trasforma impercettibilmente ma significativamente in percorso di storia
comunitaria, in una prospettiva di consapevole identificazione tra famiglia e
società.
Dagli
anni '70 dell'Ottocento la fotografia diviene, insieme e forse più della
parola, strumento e mezzo di coesione e di relazione comunitaria. Questo spiega
la rilevantissima presenza di ritratti connessi alle attività della Chiesa
valdese, dalla diaconia all'evangelizzazione alle scuole, sovente
presentati sotto forma di tavole in fotomosaico
o di album di ritratti, testimonianza precisa della ricca rete di relazioni
nazionali e internazionali della comunità e insieme documento di quella
consuetudine fotografica, una moda quasi, che dopo il 1860 circa vede l'enorme
diffusione delle raccolte delle minuscole carte-de-visite provenienti
dai quattro angoli del mondo (da Montevideo a Venezia, da New York a Santa Fé,
solo per citarne alcune). Immagini raccolte in album dalle preziose legature in
cui compaiono personaggi famosi, ma fanno progressivamente la loro apparizione
anche fisionomie più familiari, di parenti e amici, secondo una lenta
trasformazione tipologica che porterà negli anni a cavallo del secolo alla
nascita e diffusione degli album di famiglia,
nei quali gli eventi che segnano la quotidianità sono registrati in veri e
propri diari per immagini da schiere sempre più ampie di fotoamatori,
sollecitati dalla nuova semplicità d'uso dei piccoli apparecchi fotografici e
delle rapide emulsioni alla gelatina quella
stessa cui ricorrono anche i protagonisti dell'emigrazione per testimoniare
nelle Valli gli esiti del loro lavoro e del loro impegno pastorale.
Meno
documentata risulta la produzione degli studi fotografici che si erano aperti
nelle valli valdesi verso la fine del XIX secolo: Frassoldati a Torre Pellice,
Jourdan a Torre Pellice e Bricherasio, Venisio (poi Zolesi) a Luserna San
Giovanni. Sono tutti fotografi di origine locale, mentre i più noti professionisti attivi a Pinerolo - Carlo
Milanese e Pietro Santini - hanno provenienze
diverse, rispettivamente Verona e Firenze, e giungono in città negli anni
compresi tra seconda guerra d'indipendenza (Milanese: 1859) e Unità (Santini:
1861); arrivi certo non estranei a sentimenti e vicende risorgimentali, come
indicano le date ed i legami di Santini con l'ambiente garibaldino. Mentre
Carlo Milanese non pare aver prestato particolare attenzione al lavoro in
esterni, Pietro Santini si dedica ai temi della veduta urbana e del paesaggio,
sin dai primi anni successivi al suo arrivo, come ricorda un articolo della
"Gazzetta di Saluzzo" del 1865 che celebra le vedute da lui realizzate "con
raro accorgimento di artista, ed alcune presentano fedelmente ritratti i più
splendidi paesaggi che genio di pittore potrebbe sognare (...) Gli incantevoli
panorami di cui sono ricche le valli del Chisone e del Pellice costituiscono
veri quadri in cui (tranne la magia del colore) i raggi del sole danzano
giocondamente per la campagna" . Non solo i valori "artistici" del paesaggio,
però: nell'ultima sua ricognizione delle valli, Santini descriverà anche le
celebrazioni per il bicentenario del Glorioso Rimpatrio, nel 1889, mentre il
figlio e successore Pietro jr. dedicherà alle
pratiche religiose della comunità una serie di immagini edificanti e
didascaliche come La lettura della Bibbia, segno di un'attenzione professionale e
commerciale per una committenza importante, ma forse anche di legami culturali
sinora non indagati.
A confermare una identificazione di gruppo legata più alle
relazioni personali e alle attività comunitarie che alle rappresentazioni
simboliche, poche risultano le immagini di ricorrenze valdesi come il 17
febbraio o il 15 agosto così come quelle che potremmo definire di cronaca. Tranne
un piccolo nucleo di lastre relative ai cavatori di pietra, con bellissime
immagini realizzate nel 1898 in occasione delle celebrazioni per il primo
Cinquantenario dello Statuto, tra patriottismo e intenzione pubblicitaria,
poche sono le fotografie dedicate al lavoro ed ai suoi luoghi. Le riprese in
certa misura riferibili alla vita quotidiana dei valdesi invece di illustrare i
diversi aspetti e componenti della società civile si soffermano piuttosto
sull'ambiente familiare, soggetto specialmente caro ai fotografi amatori, come
i fratelli Peyrot e Vincenzo Morglia, che riconoscono nel legame forte tra
relazioni familiari e religiosità il fondamento dell'identità - anche visiva -
di questa comunità.
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