Una storia di fotografi e fotografie delle Valli Valdesi

di Pierangelo Cavanna 

Introduzione a Valli di Luce. Le immagini dell'Archivio Fotografico Valdese, 2006

Quando l'invenzione della fotografia vede ufficialmente la luce, nei primi mesi dell'anno 1839, il fascino indicibile esercitato dall'apparizione di questo magico "specchio dotato di memoria" non impedisce di coglierne immediatamente e pragmaticamente le potenzialità. "L'ora dell'invenzione era giunta" e la fotografia - nelle sue prime forme di dagherrotipo e poi di stampa al sale da calotipo - è riconosciuta da subito quale prodotto tipico di quella che oggi chiamiamo Rivoluzione industriale. Per questo i suoi campi di applicazione, il suo uso è immediatamente trasversale, tra fruizione individuale, pratica sociale e commerciale; tra documento, sogno artistico e industria; tra viaggi, guerre e messaggi amorosi, in un crescendo segnato da mutazioni tecnologiche che si traducono in progressive estensioni delle possibilità di comunicazione per immagini, dalla stampa fotografica a quella tipografica, dal ricordo ai media sino all'attuale ridefinizione del campo determinata dalle immagini digitali.

L'importanza della pratica professionale e ancor più della passione fotografica per la cultura del secondo Ottocento, la rilevanza assunta dalla fotografia quale elemento della modernità nascente e quale forma di comunicazione e di espressione, ritrovano anche nel piccolo ma non chiuso mondo delle valli valdesi una conferma ulteriore, accompagnandone in modi caratteristici il processo di integrazione e soprattutto di conferma della propria identità comunitaria in un'epoca di progressivo consolidarsi dell'immagine quale strumento principale della comunicazione sociale.

Anche nelle Valli le più antiche testimonianze fotografiche oggi note sono costituite da ritratti confermando un dato caratteristico del primo sviluppo e del successivo affermarsi della fotografia in relazione al consolidarsi della borghesia. Si veda il Ritratto di Antoine Blanc con la figlia, 1848 ca, realizzato con la tecnica del dagherrotipo da un anonimo fotografo ambulante di passaggio in valle, o più probabilmente in uno studio torinese, come fece del resto - nel 1858 - John-Charles Beckwith in quello di Auguste Meylan in Piazza Castello. Da questa data dovranno passare quasi dieci anni prima che uno studio venga aperto a Torre Pellice, e sarà l'Etablissement de Photographie di Henri Jahier, nel 1865, ma ancora per buona parte del secolo i professionisti attivi in Valle saranno pochi se lo stesso Pietro Santini, certo il più noto dei fotografi del pinerolese, ancora nell'aprile del 1883 annunciava alla propria clientela dalle pagine dell'"Avvisatore alpino" il suo arrivo a Torre e circa agli stessi anni può essere datato il gruppo di famiglia realizzato con la tecnica povera del ferrotipo, ancora una volta tipica degli ambulanti.

Anche Jahier si dedica esclusivamente al ritratto, stampando su carte all'albumina le nuove lastre al collodio con cui riprende le diverse figure del mondo valdese, avviando concretamente quell'opera di edificazione nel tempo di questa grande rappresentazione iconografica di gruppo che coinvolgerà strati sempre più ampi della comunità locale. Lo studio di via Maestra 31-33 sarà rilevato alla sua morte, nel 1872, da Davide Bert, che all'attività di ritrattista affiancherà quella di autore di affascinanti vedute di architettura, in particolare di templi, e di paesaggi, tema indagato negli stessi anni anche da Santini e specialmente dal pastore David Peyrot, certamente l'autore più noto e la figura più rilevante tra quanti operarono in valle nel XIX secolo. La sua quasi quarantennale attività fotografica ci è testimoniata da numerosi album di Vedute delle Valli Valdesi, dove la fascinazione per gli aspetti naturali si intreccia indissolubilmente con la volontà di descrivere i luoghi storici. Questi album costituiscono uno dei più significativi esempi di produzione fotografica dell'Ottocento piemontese, segnati da una cultura visiva che certo ha ben presente la coeva produzione pittorica, qui intrecciata con un sentimento di affettuosa comunione per le valli e per i loro abitanti, in specie per la cerchia familiare e più estesamente parentale, che toccava alcune delle famiglie più importanti della borghesia valdese, ma da cui non è escluso lo sguardo portato sulle figure e sui luoghi della civiltà contadina.

Peyrot e Bert condividono così l'onere della costruzione iconografica ottocentesca delle Valli Valdesi, tra luoghi simbolici, consuetudini quotidiane e occasioni celebrative, ma rappresentano anche, col loro legame di amicizia, il punto di riferimento - tra passione amatoriale e professionismo - di tutta la fotografia locale nel secondo Ottocento: intorno a queste due figure si muovono non solo altri membri della famiglia Peyrot, come il fratello Henri, che tra 1895 e 1940 realizzerà circa 7500 stereoscopie per narrare una "cronaca familiare" di buon livello, ma anche altri amici quali Vincenzo Morglia, di professione marmista e scultore, che era solito realizzare due riprese affiancate su ciascuna lastra, quasi fosse costretto ad utilizzare un apparecchio di formato maggiore del necessario, forse avuto in prestito o acquistato usato.

Nell'attività di questi fotografi, nella consuetudine diffusa di documentare le proprie vicende familiari, oltre al riflesso di una condizione storicamente data si legge una precisa volontà di autorappresentazione quale ceto dirigente; qui la biografia per immagini si trasforma impercettibilmente ma significativamente in percorso di storia comunitaria, in una prospettiva di consapevole identificazione tra famiglia e società.

Dagli anni '70 dell'Ottocento la fotografia diviene, insieme e forse più della parola, strumento e mezzo di coesione e di relazione comunitaria. Questo spiega la rilevantissima presenza di ritratti connessi alle attività della Chiesa valdese, dalla diaconia all'evangelizzazione alle scuole, sovente presentati sotto forma di tavole in fotomosaico o di album di ritratti, testimonianza precisa della ricca rete di relazioni nazionali e internazionali della comunità e insieme documento di quella consuetudine fotografica, una moda quasi, che dopo il 1860 circa vede l'enorme diffusione delle raccolte delle minuscole carte-de-visite provenienti dai quattro angoli del mondo (da Montevideo a Venezia, da New York a Santa Fé, solo per citarne alcune). Immagini raccolte in album dalle preziose legature in cui compaiono personaggi famosi, ma fanno progressivamente la loro apparizione anche fisionomie più familiari, di parenti e amici, secondo una lenta trasformazione tipologica che porterà negli anni a cavallo del secolo alla nascita e diffusione degli album di famiglia, nei quali gli eventi che segnano la quotidianità sono registrati in veri e propri diari per immagini da schiere sempre più ampie di fotoamatori, sollecitati dalla nuova semplicità d'uso dei piccoli apparecchi fotografici e delle rapide emulsioni alla gelatina quella stessa cui ricorrono anche i protagonisti dell'emigrazione per testimoniare nelle Valli gli esiti del loro lavoro e del loro impegno pastorale.

Meno documentata risulta la produzione degli studi fotografici che si erano aperti nelle valli valdesi verso la fine del XIX secolo: Frassoldati a Torre Pellice, Jourdan a Torre Pellice e Bricherasio, Venisio (poi Zolesi) a Luserna San Giovanni. Sono tutti fotografi di origine locale, mentre i più noti professionisti attivi a Pinerolo - Carlo Milanese e Pietro Santini - hanno provenienze diverse, rispettivamente Verona e Firenze, e giungono in città negli anni compresi tra seconda guerra d'indipendenza (Milanese: 1859) e Unità (Santini: 1861); arrivi certo non estranei a sentimenti e vicende risorgimentali, come indicano le date ed i legami di Santini con l'ambiente garibaldino. Mentre Carlo Milanese non pare aver prestato particolare attenzione al lavoro in esterni, Pietro Santini si dedica ai temi della veduta urbana e del paesaggio, sin dai primi anni successivi al suo arrivo, come ricorda un articolo della "Gazzetta di Saluzzo" del 1865 che celebra le vedute da lui realizzate "con raro accorgimento di artista, ed alcune presentano fedelmente ritratti i più splendidi paesaggi che genio di pittore potrebbe sognare (...) Gli incantevoli panorami di cui sono ricche le valli del Chisone e del Pellice costituiscono veri quadri in cui (tranne la magia del colore) i raggi del sole danzano giocondamente per la campagna" . Non solo i valori "artistici" del paesaggio, però: nell'ultima sua ricognizione delle valli, Santini descriverà anche le celebrazioni per il bicentenario del Glorioso Rimpatrio, nel 1889, mentre il figlio e successore Pietro jr. dedicherà alle pratiche religiose della comunità una serie di immagini edificanti e didascaliche come La lettura della Bibbia, segno di un'attenzione professionale e commerciale per una committenza importante, ma forse anche di legami culturali sinora non indagati.

A confermare una identificazione di gruppo legata più alle relazioni personali e alle attività comunitarie che alle rappresentazioni simboliche, poche risultano le immagini di ricorrenze valdesi come il 17 febbraio o il 15 agosto così come quelle che potremmo definire di cronaca. Tranne un piccolo nucleo di lastre relative ai cavatori di pietra, con bellissime immagini realizzate nel 1898 in occasione delle celebrazioni per il primo Cinquantenario dello Statuto, tra patriottismo e intenzione pubblicitaria, poche sono le fotografie dedicate al lavoro ed ai suoi luoghi. Le riprese in certa misura riferibili alla vita quotidiana dei valdesi invece di illustrare i diversi aspetti e componenti della società civile si soffermano piuttosto sull'ambiente familiare, soggetto specialmente caro ai fotografi amatori, come i fratelli Peyrot e Vincenzo Morglia, che riconoscono nel legame forte tra relazioni familiari e religiosità il fondamento dell'identità - anche visiva - di questa comunità.

 
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