Storia della Società di Studi Valdesi

ermanno rostan

La "Société d'Histoire Vaudoise" venne fondata a Torre Pellice nell'estate del 1881 da un gruppo di professori del locale Collegio valdese e di pastori, in risposta alla sollecitazione del dottor Edoardo Rostan (1826-1895), medico condotto a S. Germano Chisone ed appassionato botanico.

Il programma morale copriva un arco di interessi estremamente ampi che andava dalle ricerche storiche, alle pubblicazioni di fonti relative all'indagine etnografica, agli studi linguistici ovviamente riferiti sempre all'ambiente valdese, sia nella sua dimensione storica di fenomeno religioso sia nella sua dimensione più locale di comunità insediata in Piemonte.

Di fatto la Società – mantenutasi statutariamente sempre indipendente dalla Chiesa valdese, annoverando tra i suoi aderenti non solo intellettuali laici, ma anche soci cattolici – ha sviluppato per quasi tutto l'arco della sua vita più che secolare interessi prevalentemente storici.

A tre anni dalla fondazione la Société iniziava la pubblicazione di un "Bulletin", prevalentemente in lingua francese, nei primi anni a scadenza annuale e poi semestrale, con notizie riguardanti la vita della Associazione, rassegna bibliografica e studi.

Il primo intervento di carattere pubblico nell'ambito della comunità valdese si ebbe nel 1889 in occasione delle manifestazioni per il secondo centenario del "Glorioso Rimpatrio" (l'epico rientro dei Valdesi nelle loro valli nel 1689 dopo il massacro ed l'esilio di massa imposto tre anni prima). Con la pubblicazione di un numero speciale del "Bollettino" dedicato a tale ricorrenza, l'allestimento di un museo storico nella Casa valdese (costruita nella medesima circostanza) e l'organizzazione di manifestazioni pubbliche, la Società si qualificava come custode e garante dell'identità culturale della comunità valdese stessa. Tale rimase anche nei decenni seguenti allargando a poco a poco la sua attività ed il suo ambito di lavoro con la creazione di una biblioteca specializzata nella storiografia valdese, un archivio, il potenziamento della raccolta museale. Sul "Bollettino", alle pubblicazioni di fonti si affiancarono puntuali resoconti dei dibattiti storiografici, ampie indagini sulla storia della Riforma in Piemonte o sulle drammatiche vicende del XVII secolo valdese.

Accanto a questo filone di indagine di tipo erudito, la Società sviluppò però un vastissimo impegno per la divulgazione della storia valdese e dei problemi ad essa connessi presso il pubblico non specialistico. Apparvero così una serie di monografie e articoli sui giornali locali relativi a vicende, luoghi storici e personaggi, scritti con semplicità di linguaggio, ma non a scapito di un saldo ancoraggio storico.

Un nuovo momento di impegno editoriale e organizzativo si ebbe nel 1939, legato anche questa volta alle celebrazioni per il "Glorioso Rimpatrio" (ricorreva quell'anno il 250° anniversario). Lo sforzo maggiore riguardò l'organizzazione di una nuova sede per il museo, realizzato in un edificio apposito con un allestimento di notevole originalità e suggestivo per l'epoca.

Con questa sua attività diversificata, a livello di studio e di comunicazione di immagine, la Società – che dapprima, nel 1934, aveva italianizzato il suo appellativo originario in francese e l'anno successivo, per sfuggire alla centralizzazione fascista delle Società storiche, aveva nuovamente modificato la propria denominazione in "Società di Studi Valdesi" – ebbe una funzione di importanza primaria nel custodire e rafforzare l'identità della minoranza valdese. Funzione che negli anni del dopoguerra fu oggetto di ripensamento e di revisione.

La Società trovò la sua nuova strada con un'iniziativa originale, organizzando dal 1957 un  Convegno annuale sulla tematica della Riforma e dei movimenti religiosi eterodossi in Italia che faceva confluire a Torre Pellice il fior fiore dell'intellighenzia storica italiana.

All'attività congressuale si è affiancata anche, a partire dal 1966, una nuova iniziativa editoriale con la pubblicazione di una collana di studi storici in cui ha fatto la sua comparsa anche un nuovo filone, quello linguistico e di tradizioni popolari.

Non venne però ridotto l'impegno di divulgazione e di coinvolgimento degli ambienti locali con la sistemazione nel 1974 di un museo a carattere etnografico (che si veniva ad affiancare a quello storico), pubblicazioni commemorative, seminari di ricerca.

Nel 1985, si decise di affiancare al tradizionale "Bollettino", prevalentemente rivolto ad un pubblico erudito di studiosi ed accademici, uno strumento più agile e divulgativo che pubblicasse articoli sulla storia e la cultura locale: nasce così "La beidana", quadrimestrale di cultura e storia nelle Valli valdesi, affidato ad una redazione di giovani appassionati, che ne fa anche uno strumento di crescita formativa.

La storia del Museo valdese di Torre Pellice inizia nel 1889 allorquando, in occasione delle già richiamate celebrazioni del bicentenario del "Glorioso Rimpatrio", su iniziativa della Tavola Valdese, fu inaugurato il Musée Vaudois, destinato alla conservazione del patrimonio e della memoria culturale valdese, sistemato originariamente nell'ampia sala al secondo piano della Casa Valdese (costruita in quella occasione) che ancora oggi ospita l'aula sinodale e gli uffici della Tavola. Cinque anni più tardi la gestione del Museo venne affidata alla Société d'Histoire Vaudoise. Se si esclude il materiale proveniente dalle missioni in Africa o dalle colonie valdesi in America del Sud, la maggior parte degli oggetti esposti in quella sede si riferiva alla storia valdese in senso stretto.

Quella esposizione si caratterizzava dunque come museo fondamentalmente – anche se non esclusivamente – custode di una memoria celebrativa, in aderenza con il clima storiografico oltre che col senso storico comune del tempo, tendente ad offrire una lettura delle proprie vicende secolari fondamentalmente basato sul concetto di "persecuzione". Concetto, peraltro, di fondamentale importanza all'interno della cultura valdese, punto di contatto tra visione colta e popolare della storia che, organizzandosi attorno all'opposizione persecutori / perseguitati, svolgeva una rilevante funzione coesiva a livello di identità comunitaria. Un museo quindi rivolto alla collettività che l'aveva prodotto, testimone indiretto di un senso d'identità che si sommava ad una sorta di orgoglioso isolamento: si sarebbero dovuti attendere molti decenni perché mutamenti di fondo ne modificassero, con la struttura, anche la concezione, e perché nuovi ambiti della realtà divenissero oggetto di attenzione museografica.

È ancora una commemorazione, quella del 250° anniversario del Rimpatrio (1939) a segnare una prima svolta nella museografia valdese, che si apre a nuovi ambiti d'interesse con l'adozione di schemi interpretativi di stampo idealistico e il rinnovamento del linguaggio espositivo. Svolta sottolineata anche da un cambio di sede: il museo fu trasferito nell'attuale via Roberto d'Azeglio, sito ad appena un isolato di distanza dalla sede originaria. Collocato in cinque sale del piano rialzato, esso viene ad assumere un'importanza notevole, mutando al contempo di funzione: non ci si rivolge più, come prima, solamente alla comunità valdese, ma potenzialmente anche ad un pubblico più vasto. Seguiranno nel corso degli anni alcuni ampliamenti e ristrutturazioni, dei quali va almeno menzionato il nuovo allestimento del 1974, anche qui verificatosi in coincidenza non casuale con una celebrazione: l'ottavo centenario della nascita del movimento valdese. L'impegno maggiore fu rappresentato dalla riorganizzazione del museo in due sezioni distinte: a quella storica - radicalmente rinnovata nell'impostazione e nell'allestimento - veniva ad affiancarsi una nuova sezione etnografica. In essa trovava posto il copioso materiale via via raccolto a partire dalla fine degli anni Trenta (sotto lo stimolo di una mostra temporanea su "artigianato e piccola industria") sebbene mai prima di allora valorizzato pienamente.

L'allestimento del 1974 rimase invariato fino al 1989 allorché, in occasione del terzo centenario del "Rimpatrio", la Società di Studi e la Tavola Valdese diedero vita alla Fondazione Centro Culturale Valdese con lo scopo di conservare e gestire in modo unitario il patrimonio bibliotecario e museale in loro possesso. Il Museo in quella occasione cambiò nuovamente di sede e fu trasferito nell'attuale edificio, quello dell'ex Convitto valdese (costruito nel 1922) che alla fine degli anni Settanta aveva cessato la sua attività. Nella sua conformazione odierna esso rimane diviso in due sezioni, storica ed etnografica, ma i cambiamenti avvenuti sono notevoli. La sezione storica acquista rispetto a prima un carattere più pedagogico, pensata per essere usufruita anche da un più largo pubblico, non escluso quello scolastico, che con crescente affluenza frequenta i musei. La sezione etnografica presenta ai visitatori l'altro volto delle vicende delle Valli valdesi: quello dell'esistenza quotidiana, del lavoro, della scuola, dell'abitazione, del ciclo di vita di un popolo composto soprattutto da abitanti della campagna e della montagna. Il percorso consente a ciascuno di ripercorrere nel Museo anche la propria storia famigliare e di ritrovare le radici del proprio vivere oggi.

Il Museo, passato alla Fondazione Centro Culturale Valdese, negli ultimi anni è divenuto il capofila di un vero e proprio sistema museale che, oltre ad alcuni luoghi-simbolo della storia valdese, comprende una decina di musei (sorti a partire dagli anni Cinquanta del XX secolo) diffusi sul territorio delle valli Pellice, Chisone e Germanasca.

 

Al termine delle manifestazioni del 1989 (terzo centenario della già citata Glorieuse Rentrée), la Società si è trasferita nella sede attuale, presso i locali dell'ex Convitto valdese, nei quali è ubicata anche la "Fondazione Centro Culturale Valdese" di cui, come già detto, la SSV è uno degli enti fondatori. Nell'ambito di attività prefigurata per questa nuova struttura, la Società le ha affidato la cura della propria biblioteca e le ha assegnato in dotazione i beni museali, allargando così notevolmente la fruizione del suo patrimonio al pubblico interessato, non trascurando al contempo di proseguire nelle linee istituzionali di ricerca storiografica e di proposta culturale.

 

Daniele Tron

 
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